Ci stiamo ormai abituando a rimanere stupiti di fronte alle seducenti forme dei nuovi grandi progetti architettonici: fiere, alberghi, centri commerciali, centri direzionali e soprattutto musei si presentano in forme sempre più strabilianti. E quanto più sono strabilianti tanto più vengono acclamati. Qualcuno però inizia a mettere in discussione questa forzata tensione verso la modernità. Non tutti gli esperti di architettura concordano con la direzione che i maggiori architetti contemporanei sembrano voler intraprendere. La ricerca di forme stupefacenti e fantastiche secondo alcuni è portata all’estremo, rischiando di intervenire negativamente sulla sensibilità delle persone. Un esercizio stilistico che sminuisce la funzione degli edifici per esaltare il virtuosismo dell’architetto.Senza essere catastrofisti come alcune delle voci più estreme che si sentono, bisogna ricordare che i modelli architettonici influenzano la vita delle persone più di quanto si percepisca coscientemente. Gli edifici e le loro forme impattano sul nostro modo di percepire lo spazio, di viverlo e quindi di relazionarci con gli altri e di partecipare alla comunità di cui siamo parte; edifici che sfidano le forme tradizionali ponendosi come baluardo della contemporaneità cozzano spesso con la nostra capacità di comprendere un nuovo spazio, presuppongono rimettere in discussione verità acquisite. Non si tratta quindi tanto del concetto di bello, che è la cosa più difficile da definire e da giudicare, ma di sensibilità alla destinazione ed al contesto che deve accogliere le nuove strutture. Certamente va riscontrato il tripudio generale che i media offrono ai grandi nomi dell’architettura internazionale, celebrando quasi acriticamente le nuove proposte come idee innovative. Ma non sempre l’essere “nuovo” è condizione sufficiente per essere apprezzabile. Angelo Crespi, direttore de “Il Domenicale” lancia un accorato (e parzialmente condivisibile) appello contro le nuove brutture museali. Secondo Crespi, il progetto di Daniel Libeskind per il nuovo museo dell’arte contemporanea a Milano sarebbe “una bruttezza indicibile, un’astronave aliena che si è scontrata con una armoniosa architettura classica.” Non è meno pungente con il progetto di CityLife definito un “ water rovesciato” o con il Jewish Museum di Berlino, acclamato “zigozago.” Non da meno sono il filosofo Roger Scruton e l’urbanista Nikos A. Salingaros. Il primo parla delle “archistar” (Foster, Gehry, Piano, lo stesso Libeskind) come egocentrici alla ricerca dell’originalità anche a scapito di ciò che è giusto, pronti a progettare sfidando l’ordine e l’ambiente circostante, a non pensare alle persone che abitano le città, bensì ad usare gli spazi della città per propri fini espressivi. Ancora più estremo è il giudizio di Salingaros, il quale teorizza addirittura l’esistenza di una sorta di potente lobby nichilista di architetti dedita ad un programma d’ingegneria sociale teso a costruire un nuovo mondo utopico industriale, negando la connessione tra uomo e ambiente. Secondo l’urbanista americano ci sarebbe una cosciente volontà da parte di questi architetti di distruggere la base intuitiva della bellezza per puntare a conquistare via via sempre più spazi della vita umana, in una sorta di totalitarismo architettonico. Quello che certamente si deve raccogliere da queste critiche mosse a quello che può essere definito il gruppo delle “archistar” è una maggiore attenzione nel giudicare le nuove creazioni. Ci troviamo a vivere un’epoca in cui tutto sembra essere possibile, ma non per questo tutto dovrebbe essere realizzato. Sono tanti ad esempio gli interrogativi etici che riguardano, ambiente, medicina, alimentazione. Perché non dedicare più tempo anche all’architettura? Le scelte che compiamo oggi trasformeranno le nostre città per secoli. Sarebbe quindi più giusto cercare di condividere certe scelte, studiarne i possibili impatti e non soltanto lodarne l’ambiziosità delle forme. Senza dimenticare il piacere di osare e vincere la sfida di portare il nuovo, il bello e il funzionale in un progetto, come certamente molti architetti tra quelli criticati dai tradizionalisti hanno dimostrato di saper fare.Ilaria Scarinci (tratto da artmagazine.arcadia.it)